29
Mag-2013

Vado a vivere a New York!!

Arrivai a New York i primi di novembre del 1997.

C’ero stata un mese prima per un totale di tre giorni perché’ la mia Compagnia voleva assicurarsi che la città ed io “ci piacessimo”.
Figuriamoci!
Fu amore a prima vista!!!
Non era comunque difficile innamorarsi, dato che durante la mia prima visita, mi portarono in giro per i migliori ristoranti, i migliori locali e soprattutto, la cosa più importante, il mio posto di lavoro era in una delle vie più trafficate di Manhattan e Helen, la direttrice a cui dovevo fare da assistente, era assolutamente eccezionale.
Le strade erano sempre popolate, i mezzi pubblici efficienti e per finire in bellezza, si poteva camminare ovunque!!
Rimaneva l’incognita dell’alloggio. Non conoscevo la città, non avevo la più pallida idea di dove si trovassero i diversi rioni e soprattutto non avrei saputo quale scegliere dove andare a vivere.
Chiesi consiglio a un ragazzo italiano conosciuto a Seattle, trasferitosi a New York due mesi prima.
“Trovati un appartamento sull’Upper East Side. E’ una zona tranquilla, pulita e molto vicino al tuo lavoro. Non puoi sbagliare”.

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Il mio primo appartamento era convenientemente situato a cinquanta metri da Central Park e a tre isolati dal mio lavoro, in una delle zone più prestigiose di Manhattan, al quinto piano di un palazzo che originariamente ospitava degli uffici.
Questo però non lo rendeva ne’ più grande ne’ meno caro e quando i miei mobili arrivarono da Seattle fui costretta a tenere giusto l’essenziale.
La porta d’ingresso si apriva su un piccolo corridoio: alla sinistra c’era la porta del bagno (piccccoooollloooo! Cosi piccolo che una volta dentro, per poter chiudere la porta dovevo spalmarmi contro il muro) seguita da uno schermo a ventaglio, dietro il quale si nascondeva la cucina, che consisteva in un piccolo frigorifero monodose montato sotto il lavello monoposto e una monocucina.
Era infatti un MONOLOCALE…e una volta superata “l’angolo cottura” si arrivava alla “zona giorno” o “zona notte” a seconda dell’orario, che consisteva in una camera che a malapena riusciva a contenere il mio letto “full size” (leggermente più grande di una piazza e mezzo in Italia), il mio televisore sullo scaffale poggiato al muro, una sedia, e in seguito, anche un futon singolo nel caso avessi avuto ospiti, con i quali era necessario avere una grossa dose di intimità, considerati gli spazi ristretti.
I due finestroni accanto ai quali avevo sistemato il letto, si affacciavano sulla 71st Street e attraverso i vetri potevo ammirare i magnifici “brownstones”– cosi sono chiamati i vecchi palazzi della città – spesso adibiti ad abitazione per singole famiglie, ovviamente molto più abbienti di me.
Io ero comunque fiera del mio piccolissimo spazio.
Era la primissima volta in vita mia che vivevo da sola, senza famiglia e senza coinquilini.
Avevo scelto che fosse cosi, perché’ era arrivato secondo me il tempo di “crescere”.

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Chi dice che New York è una città fredda e distaccata, non ha veramente conosciuto New York.
Questa città è fatta di milioni di volti, milioni di vite, milioni di storie.
C’è almeno un abitante di ogni singola nazione al mondo e ognuno di noi ha qualcosa da raccontare, un pezzetto di storia, un pezzetto di casa dall’altra parte del mondo che ancora portiamo nel cuore.
E’ una città che pulsa, che ha ritmo.
Alcuni lo ritengono frenetico, per altri invece è vitale.
C’è chi non riuscirebbe mai a vivere qui, ma c’è chi non riuscirebbe mai a vivere altrove.
Ti entra nel sangue, nella mente e nel cuore tanto da non poterne più fare a meno.

La citta è divisa in cinque sobborghi: Manhattan, Queens, Bronx, Brooklyn e Staten Island.
L’isola di Manhattan a sua volta si divide in Downtown (la punta estrema dove si trovavano le torri gemelle) Midtown, la zona centrale e Uptown, la zona alta.
Il parco prima e la 5th Avenue poi invece separano la zona est dalla zona ovest ma essendo quasi tutte le strade parallele, perpendicolari e numerate, è praticamente impossibile perdersi.
I primi tempi viaggiavo in taxi, perché’ ero terrorizzata dalla metropolitana. Penso che qualcuno di quei film che avevano tanto coinvolto mio padre, avessero in qualche modo lasciato il segno anche dentro di me.
Dopo qualche settimana, rendendomi conto che mi sarebbero serviti tre stipendi per mantenere quel ritmo di vita, decisi di tornare tra i comuni mortali e usare i trasporti pubblici.
La metropolitana di New York è un carosello di personaggi e la cosa più bella è che tutto sembra normale, perché ormai le stranezze sono di casa che nessuno ci fa più caso.
Cosi ogni mattina saluto il tipo che regolarmente passeggia sulla 42nd Street vestito da “scheletro” (si si…una tuta nera con uno scheletro fosforescente disegnato sopra!!) con il solito: “How is it going (come va)?”, ottenendo la solita risposta:“It’s going well (va bene!)” come se ci conoscessimo da sempre.
“Cos’e macusu” avrebbe detto mio padre ma mi sta che questa volta avrebbe avuto pienamente ragione.

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