09
Apr-2013

Il battello che da Cancún porta a Isla Mujeres è colmo di turisti. L’aria è impregnata dal profumo delle creme solari, il sole picchia forte ed io non vedo l’ora di arrivare. Prima di tutto, devo incontrare Augusta, la mia amica di Cagliari che è lì in vacanza.E’ il suo compleanno oggi e poterle fare gli auguri di persona, entrambe così lontane da casa, è un’occasione che non posso perdere. Dobbiamo fare una fermata intermedia inaspettata, a caricare turisti che aspettano in un altro molo e durante il tragitto, i colori dell’acqua che cambiano dal turchese trasparente all’azzurro più intenso mi lasciano incantata. Raggiungiamo l’isola dopo mezz’ora circa di navigazione e cerchiamo di capire verso quale parte avviarci. Isla Mujeres non è molto grande e il centro abitato nella parte sud dell’isola si può praticamente girare a piedi. Ora tutto sta nel cercare di capire dove si trova la locanda in cui alloggia la mia amica.

E’ proprio vero che gli uomini odiano chiedere indicazioni e dato che il mio spagnolo è limitato, non mi avventuro neppure nel cercare di farlo io. Capisco abbastanza bene quando la gente mi parla; il problema è che quando cerco di rispondere, le prime parole che vengono in mente sono addirittura in inglese, neppure in italiano. Ci aggiriamo pertanto nelle stradine piene di negozi, locande, ristoranti e artigiani.

“Sardinian smile” è uno dei locali che, chissà perché’, attira la mia attenzione.

Una signora è seduta a uno dei tavoli all’aperto fumando una sigaretta, perciò mi avvicino col pretesto di cercare un accendino. L’accento è inconfondibile e siccome noi sardi, quando ci troviamo lontano dalla nostra isola, abbiamo un amore patriottico sicuramente più marcato di quando invece ci vivevamo, attacco subito bottone. La storia è semplice: sua figlia venne qua qualche anno fa in vacanza, s’innamorò dell’isola e decise di tornare e aprire una sua attività. La sua famiglia già lavora nella ristorazione per cui nei periodi di bassa stagione in Sardegna, si trasferiscono a Isla Mujeres a dare tutti una mano d’aiuto. Non male, penso io, al caldo tutto l’anno. E penso alle temperature rigide dell’inverno newyorkese e per quanto ami la mia città adottiva, il freddo è qualcosa con cui ancora non riesco a fare pace. Dopo una chiacchierata con i miei conterranei e un caffè espresso che finalmente ha il diritto di essere chiamato tale, chiediamo indicazioni su come arrivare a questa benedetta locanda e riprendiamo il nostro cammino.

“Due strade per diritto, poi girate a sinistra e siete arrivati”.

Secondo me le due strade sono un po’ come i famosi due minuti italiani che, a seconda delle circostanze, possono volere dire dieci minuti, mezz’ora o addirittura un’ora. Insomma, ‘sta locanda non si trova. Faccio opera di convincimento con Gianluca, che stanco di sentirmi borbottare su quanto siano testardi gli uomini, sul fatto che non vogliano ammettere di essersi persi e via dicendo, si ferma nuovamente a chiedere direzioni. Augusta e le sue amiche sono vittime di un brutto raffreddore, alternato a qualche linea di febbre. Diciamo pure che la loro vacanza in questo momento non è certo quello che avevano programmato di fare. Le faccio gli auguri ma dopo due chiacchiere chiusi nella camera in cui alloggiano, comincio a sentirmi claustrofobica.

“Tesoro, ti voglio bene, ma se permetti, vado a godermi la giornata all’aria aperta”.

Ci avviamo cosi verso la punta estrema dell’isola. C’è calma piatta e la sabbia bianchissima sotto i raggi del sole è abbagliante, tanto che ho difficoltà a tenere gli occhi aperti. Quel che mi si presenta davanti è però uno spettacolo da cartolina. Non c’è niente da fare. Il mare ed io abbiamo un rapporto d’amore che dura da anni, un amore che non tradirò mai e al quale sarò sempre fedele, in salute e malattia, in ricchezza e povertà, finchè morte non ci separi.  E così sia.

Facciamo il giro della punta e ci ritroviamo dall’altra parte dell’isola, quella che si affaccia in mare aperto. Qui lo scenario cambia: le rocce al posto della sabbia morbida e il vento che si fa più forte, paradiso per chi ama il windsurf o parasailing. Decidiamo di tornare in centro e affittare un mezzo di trasporto per completare il giro e arrivare sino alla parte nord. Gianluca propone una moto ma io, la “drammatica”,  che già mi immagino spalmata sull’asfalto rovente a causa di una caduta e con indosso solo un pantaloncino e una canottiera, opto per il golf-cart. L’unico inconveniente della mia scelta sono gli ammortizzatori. In poche parole, inesistenti, tanto che a ogni dosso lungo il percorso, corro il rischio di essere scaraventata fuori. Mi consolo pensando che almeno così, mentre uno guida, l’altro può scattare delle foto in movimento, alla pericolosa velocità di quindici km orari. Sempre che non si becchi il dosso quando si sta scattando!

Il paesaggio è molto più brullo man mano che ci allontaniamo dal centro abitato, ma lungo la costa si possono ammirare delle ville bellissime, alcune a picco sul mare ed io come al solito sogno ad occhi aperti di poter avere un giorno un posto così. Non che ci vivrei tutto l’anno; ho bisogno del rumore delle macchine, del profumo del caffè che esce dai bar, del venditore di hot-dog all’angolo della strada e del vociare delle persone intorno a me. Però un angolo sperduto come questo sarebbe ideale per rigenerarsi, lontano dal tran-tran di tutti i giorni. Riportiamo la trappola mortale al noleggio lungo il molo, dove il nostro battello è già pronto a ripartire. La pelle è croccante per via di una giornata passata al sole, ma la mente e lo spirito sono euforici per avere avuto la possibilità di conoscere un altro angolo di paradiso.

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