29
Apr-2013

Spokane, la mia prima casa negli USA

Era il 20 giugno del 1995.

Lavorai duro tutti i mesi precedenti per riuscire a mettere qualche soldo da parte. Il biglietto per l’America costava allora la bellezza di un milione e cinquecentomila lire. Nonostante tutto, nonostante i miei sforzi, una volta pagato l’affitto, le bollette e tutte le spese varie, alla fine del mese non rimaneva poi cosi tanto da potermi permettere un costo simile. Mi ricordai allora di quelle cinquantamila lire che mia zia aveva “simbolicamente” depositato in un conto postale alla mia nascita.Le chiesi i dati del conto e scoprì che dopo ventisette anni i soldi si erano trasformati in poco più di duecentomila lire. Era esattamente ciò che mi mancava e le chiesi se le sarebbe dispiaciuto nel caso li avessi usati per acquistare il mio biglietto. “Quei soldi erano per te una volta diventata adulta. L’intento era quello che tu li usassi per realizzare uno dei tuoi sogni. Non sono tanti, ma è sempre qualcosa”.


Fu cosi che la mattina di quel 20 giugno salutai i miei genitori e nonostante l’emozione per l’avventura che mi si presentava davanti, partivo col magone perché conoscevo la loro tristezza e la loro preoccupazione.
Dissi a mia madre “Parto comunque, ma preferirei farlo con la tua benedizione” mentre lei si asciugava le lacrime.
Prima tappa l’aeroporto di Newark. Conoscevo un po’ d’inglese per averlo studiato a scuola e sapevo sarei riuscita a farmi capire in caso di necessità. Effettivamente ogni volta che chiedevo indicazioni, la gente capiva ciò che intendevo dire e mi rispondeva prontamente. Il problema era che io non riuscivo a capire loro!!!

In viaggio con me, una signora del mio paese che andava a trovare il figlio in America e il cui figlio fu proprio colui a cui mi rivolsi per trovare una sistemazione e qualcosa da fare durante i miei tre mesi di permanenza. 
Lei poverina, si fidava ciecamente di me, dato che sembravo cosi sicura del fatto mio. Fortunatamente avevamo cinque ore di sosta in aeroporto prima di prendere il nostro volo per Chicago e dopo qualche ora riuscì a capire dove andare per trovare il terminal giusto (dall’altra parte dell’aeroporto, tanto che dovemmo prendere un pullman per spostarci!).
Dopo un’ora di sosta a Chicago, l’ultima parte del viaggio ci portò finalmente a Spokane, nello stato di Washington.
Li avrei dovuto occuparmi di due bambine, gemelline di appena due anni e mezzo, poiché i genitori erano occupatissimi nelle loro attività (insieme mandavano avanti due ristoranti e lui la mattina usciva alle quattro per svolgere anche il suo lavoro di trasportatore) e avevano bisogno di qualcuno che badasse alle piccole durante la loro assenza.
Ricordo ancora la prima volta che incontrai le mie bambine: Jessica Ann e Savannah Marie. 
Erano vestite uguali; pantalone azzurro, scarpe da tennis dell’adidas e un cardigan bianco con delle strisce tutte colorate all’altezza del petto. Parlavano, parlavano, penso mi stessero facendo pure delle domande mentre io rimanevo a guardarle allibita. Il mio inglese continuava a peggiorare e se sino a un giorno prima riuscivo a capire qualche parola, da quel momento in poi mi resi conto che la mia mente era completamente “ripulita” da qualsiasi conoscenza credevo di avere. Beh, effettivamente la mia padronanza della lingua era veramente limitata, come ebbi modo di constatare nei giorni a seguire, ma mi resi conto che cosi era anche per le bambine, che non parlavano inglese, ma una sorta di linguaggio “gemellare” che solo loro riuscivano a capire.

Iniziò cosi il nostro cammino insieme nell’apprendimento di questa lingua “straniera” a tutte noi.

 

 


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