17
Apr-2013

Racconto tratto da “my way” del 2008

Erano le sette del mattino.

Come al solito mi svegliai prima che l’allarme della radiosveglia entrasse in azione. Penso fosse una reazione psicologica perché il DONG DONG DONG entrava nelle orecchie a disturbare anche i sonni più profondi. Da trauma insomma.

Non so perché decisi di chiamare i miei genitori. Il giorno di rito per la telefonata settimanale e’ il sabato, ma quel giorno avevo voglia di sentirli.

“Ciao papa’, come stai?”

“ E ita cosa che chiami di martedi? Sei caduta dal letto?”

“Macche’…mi sono svegliata prima e visto che ho qualche minuto, ho deciso di sentirvi…Tutto bene?

“Si, tutto bene….mamma e’ di la’, aspetta che te la passo!”.

Telegrafico come al solito, perche’ era sempre preoccupato che spendessi troppi soldi. Ingurgitai il caffè velocemente dato che ero puntualmente in ritardo, acchiappai la borsa al volo e usci’ di casa. Dovevo essere al lavoro alle 9 ed erano già le 8:30. Avrei dovuto prendere la metropolitana numero 6 sino alla 53rd Street, cambiare e saltare sulla “E” che attraversava la città e poi, sulla 49th Street e 8th Avenue, saltare sul’autobus che mi avrebbe scaricato all’angolo col mio ufficio. Il primo pezzo del tragitto si svolse senza grossi problemi ma una volta giunta sulla 49th Street, aspettai invano che arrivasse l’autobus. Continuavo a sbirciare l’orologio…..Cazzzzz…….Erano gia’ le 8:55 e ormai la frittata era fatta. Anche stavolta sarei arrivata in ritardo. Diedi un’ultima sbirciata alla strada ma dell’autobus neppure l’ombra.

In lontananza sentivo il rumore spiegato di sirene rimbombare nell’aria ma non ci feci caso piu di tanto. Vidi un taxi arrivare, mi sporsi in avanti e col braccio alzato gli feci cenno di fermarsi. Stava ascoltando la radio, una voce concitata diceva qualcosa a proposito di un aereo…le Twin Towers…… Chiesi al tassista cosa fosse successo e mi rispose che a quanto pare un aereo era andato a schiantarsi su una delle torri. Pensai che fosse come al solito un’esagerazione dei media. Pensai a un piccolo aereo da turismo che sorvolava la baia vicino al Financial District con problemi al motore. Pensai a come fosse possibile permettere a un aereo, pur se piccolo, di volare a bassa quota così vicino alla città.

Arrivai al lavoro tutta trafelata. Erano appena passate le 9:00. Avevo già in mente qualche scusa da sbolognare al mio capo sul perché del mio ritardo, ma una volta li, mi resi conto che l’attenzione della gente era rivolta verso il grande televisore a schermo piatto dentro la sala conferenze.

“Hai sentito? Due aerei si sono schiantati contro le torri gemelle!”

“Echecazzz…addirittura due ora….le solite esagerazioni…..mentro ero sul taxi si parlava di uno…..ma sono due Chessna che si sono incrociati in aria?”

“NOOOOO….sono due 747….si sono infilati nelle torri…prima uno….e pochi istanti fa un altro…..e’ una tragedia….siamo sotto attacco…..”

Presi in mano il telefono, ancora non esattamente certa di cio’ che stesse succedendo, ma sapevo che la prima cosa da fare era avvisare i miei che stavo bene.

“Papa’, stai guardando la televisione?

“No, perche?”

“Beh….qualsiasi cosa stia succedendo…..io non sono li!”

Chiusi la comunicazione e quella fu l’ultima volta che fui in grado di parlare con i miei genitori nell’arco delle prossime trentasei ore. Intanto la West Side Highway, la strada che costeggia la zona ovest della città, era diventata un via vai di ambulanze e vigili del fuoco che si dirigevano a sud a tutta velocità. Il mio ufficio era proprio lungo il fiume e da li potevamo vedere il fumo causato dall’impatto degli aerei e dal conseguente incendio, levarsi alto nel cielo… La televisione continuava a trasmettere notizie devastanti….leggevo il terrore negli occhi dei miei colleghi e piu arrivavano aggiornamenti e piu il terrore cresceva. Marco mi chiamo’ in ufficio.

“Dove sei? Stai bene?”

“Io si…dimmi di te….”

“Stanno facendo evacuare le Nazioni Unite….”

Intanto le notize continuavano ad arrivare: traffico aereo bloccato in tutta la nazione…….aerei ancora in volo costretti ad atterrare nel piu vicino aeroporto e poi l’ultima…..un altro Boeing che si schianta contro il Pentagono……

La mia amica Dalia fu la prossima a chiamare.

“Ma hai visto cosa sta succedendo?” la voce singhiozzante “Ho paura!”

“Cerca di stare calma…dove sei ora?”

“A casa…..MG …..le torri…..vengono giu….vedrai…..non resisteranno….verranno giu!!”

“Ma cosa vai a pensare …non possono venire giu….e’ impossibile….ti rendi conto di quel che dici?”

Mentre pronunciavo queste cose,  la senti’ urlare dall’altra parte del telefono. Mi girai giusto in tempo per vedere nello schermo la prima torre sgretolarsi al suolo come se fosse fatta di cartone. La cornetta mi cadde dalle mani e il sangue mi si gelo’ nelle vene. Le strade, i ponti e i tunnel che collegano Manhattan al resto del mondo vennero chiusi. A nessuno era permesso entrare o uscire dalla città a bordo di un mezzo automatizzato per cui chi viveva in uno degli altri sobborghi, fu costretto a tornare a casa a piedi. Il ponte di Brooklyn era l’immagine ricorrente trasmessa dalle televisioni e i volti della gente non facevano presagire nulla di buono. Nonostante tutto, le persone che in quel momento si trovavano in quella zona, sgomberarono l’area senza grandi sommosse. Il mio capo mando’ tutti a casa e io, che vivevo venti isolati a sud del mio lavoro, mi ritrovai a percorrere la strada nel senso inverso a quelli che invece scappavano da Downtown. La scena che stavo vivendo era surreale. Mi sembrava di essere in un film e che non fossi veramente io e che le scene che stavo vivendo stavano succedendo da un’altra parte e non nella mia citta’. Dalia riuscì miracolosamente a chiamarmi di nuovo al telefono.

“Vieni a casa mia, siamo tutte qui”.

La sua casa era giusto quattro isolati prima della mia e quando mi apri’ la porta, trovai ad aspettarmi tutte le mie amiche. Passammo il resto della giornata a cercare di chiamare le nostre famiglie, i nostri amici che lavoravano nelle torri e intanto la televisione continuava a mandare immagini sempre più drammatiche. I nostri volti erano incollati agli schermi, le lacrime venivano giù incessantemente senza trovare la maniera di riuscire a fermarle. Seguimmo tutte le prime fasi del soccorso….pregando e sperando che si riuscissero a tirare fuori i sopravvissuti, illuse ancora che qualcuno avesse davvero potuto sopravvivere a un tale inferno. Gli ospedali erano all’erta, tutto il personale richiamato al lavoro in previsione dei soccorsi che si sarebbero dovuti apportare ai feriti. Purtroppo l’unica cosa che arrivava in ospedale erano frammenti di corpi, e le celle frigorifere che li contenevano in attesa di identificazione, stazionarono per anni a venire a due isolati da casa mia, dove si trovava appunto l’NYU Hospital che essendo il più grosso, era stato scelto come centro di “smistamento”. Ci addormentammo tutte li, chi sul letto, chi sui cuscini buttati per terra, chi sulle sedie con la testa poggiata al tavolo. La televisione rimase accesa tutta la notte e ogni tanto qualcuna apriva gli occhi per vedere se ci fossero novità. Ogni vita salvata era una celebrazione, ma ci fu davvero ben poco da celebrare.

La mattina successiva sull’intera città regnava un silenzio di tomba. Bettina ed io uscimmo prestissimo di casa, mentre le altre ancora dormivano. Avevamo deciso di andare a Downtown a offrire una mano d’aiuto, non troppo sicure di ciò che avremo potuto fare o di ciò che avremo trovato. I muri dei palazzi lungo le strade erano gia’ stati tappezzati con le foto dei dispersi, e dopo una lunga notte insonne, le loro famiglie distribuivano volantini con un numero da chiamare nel caso si avessero notizie, nel caso qualcuno avesse visto i loro cari uscire dalle torri e mettersi in salvo.

Non riuscimmo ad andare oltre Chinatown. La polizia aveva sbarrato le strade per permettere ai soccorsi di operare senza troppi disturbi. Quelle che sino a ventiquattro ore prima erano considerate uno dei simboli d’America non esistevano più e con loro furono distrutte quasi tremila vite, senza contare le vittime degli altri attacchi. Ricordo che ogni volta che uscivo alla stazione metropolitana di Fulton Street alzavo gli occhi al cielo e le torri erano li, davanti a me, in tutta la loro imponenza.

Ancora oggi, appena esco dalla stessa stazione, il mio primo istinto e’ quello di guardare in alto ma al loro posto c’e’ solo l’azzurro del cielo.

PS: oggi c’e’ la Freedom Tower!!!!

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