23
Mag-2013

Palermo, i mercati – di Raffaella Saba

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I mercati storici di Palermo sono tre: Capo, Ballarò e Vucciria.

La lista non indica un ordine di importanza ma esprime la mia personale preferenza. Vale la pena conoscerli tutti e tre, sia perché in una passeggiata di circa tre ore te li giri tutti (testato) sia perché hanno delle differenze così particolari che non si può preferire l’uno all’altro. Una cosa in comune l’hanno: l’esplosione di colore delle bancarelle della verdura, il profumo della frutta esposta e le abbanniate, il vociare dei venditori che decantano la merce per attrarre il cliente… che meraviglia!

CAPO – Porta Carini è l’entrata del mercato del Capo, che si estende nella parte alta del quartiere Seracaldio, parola di derivazione araba, “sâri-al-qâdî” (strada del Kadì, magistrato). L’accesso del mercato veniva chiamato “caput Seralcadii”, parte superiore del Seracaldio, per abbrevviare Capo. Così è rimasto tale fino a identificare il mercato.

Il mercato si estende per via Porta Carini e termina in piazza Beati Paoli. Sulla sinistra c’è la diramazione di Sant’Agostino che, tramite via Bandiera, porta fino all’entrata del mercato della Vucciria. In questa parte si vendono tutti i prodotti non alimentari: dalle valigie ai lampadari, dai tendaggi alle scarpe.

BALLARÓ – Il mercato di Ballarò invece si estende da piazza Casa Professa ai bastioni di corso Tukory verso porta Sant’Agata. Il centro del mercato è rappresentato dalla piazza del Carmine, dove sorge la chiesa del Carmine Maggiore. Il nome del mercato probabilmente deriva dall’arabo “suq-al-Balarî”, che indicava il luogo da dove provenivano i contadini, il casale denominato “Balarâ”, esistente in tempi andati verso Monreale. Un’altra versione, affascinante e esotica, spiega che il nome del mercato deriva dal titolo dei sovrani della regione indiana del Sind, Ap-Vallaraja, perché qui si vendevano le spezie provenienti dal Deccan, costose e ricercate. E dalla storpiatura del nome ecco Ballarò. Ballarò è uno dei più antichi e frequentati mercati di grascia, cioè di generi alimentari di Palermo.

VUCCIRIA – Il centro del mercato della Vucciria è piazza Caracciolo. Il mercato si estende nell’antico quartiere della Loggia, tra via Roma, la Cala, il Cassaro e piazza San Domenico. La Bucceria grande, come si usava chiamarlo una volta, derivava il suo nome dal termine francese “boucherie” macelleria. È ipotizzabile che il primo impianto risalga ad epoca angioina e che, in origine, fosse luogo deputato alla vendita delle carni. Nel 1783, per iniziativa del viceré Domenico Caracciolo, la piazza venne attrezzata con portici, in seguito murati, atti ad ospitare i venditori con le proprie merci. Oltre che mercato alimentare (immortalato in un dipinto da Renato Guttuso, ora conservato a palazzo Chiaramonte) la Vucciria ospitava le logge, le sedi amministrative diremmo oggi, dei mercanti delle varie nazioni “estere”: qui esercitavano la loro professione i genovesi, gli amalfitani, i catalani, i pisani ecc. Insomma, era un mercato davvero importante. Alcuni sostengono che il nome sia lo specchio della confusione, in senso positivo, che caratterizza il mercato e delle abbanniate dei venditori. Infatti nel dialetto palermitano il termine vuccirìa indica appunto caos, confusione.

Si! I mercati sono suggestivi. Però… Già, però: quante fregature ho preso ai mercati prima di capire qual era il posto con il venditore più onesto? Tante. Tutte per merito mio, del tanto entusiasmo davanti ai colori di quella frutta esposta e della scarsa propensione che ho per tutto ciò che riguarda i numeri, soprattutto con lo zero. Che numero interessante lo zero, eh? Una per tutte: trovo scritto a caratteri cubitali 1,00 euro su una cassetta di pomodori tondi, maturi, sodi. Compro buona parte della merce esposta a tutto un euro massimo due. Poi pago. Sono contenta e nel tragitto dal mercato a casa cerco di farmi i conti di quanto ho speso. Non ce la faccio. Ho bisogno di carta e penna. A casa provo a fare i conti. Ho il sospetto di aver pagato un po’ assai, però non riesco a capacitarmene. Insomma, dopo una – devo aver sbagliato a fare i conti – due – uhm, questa volta ha sbagliato lui o mi ha messo più frutta – tre – ok, anche questa volta mi ha fregato… quattro… bene, ora chiedo: “Scusi, ma il pomodoro costa un euro, perché me lo fa pagare due?”

“Perché costa 1,99 euro non 1,00 euro”

Ebbene si: quello zero enorme dopo il numero uno ha una gambetta invisibile in basso a destra. Sembra una sbavatura, una virgoletta da penna che scappa di mano… invece è intenzionale e voluta. Ma ora ho una fruttivendola amica che mi chiede sempre del bambino, che mi saluta da lontano, che si preoccupa se non mi vede arrivare almeno una volta alla settimana. Dite che mi frega pure lei? Che m’importa, mi chiama pure gioia mia e sono felice così!!

 

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