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Lug-2013

Palermo attraverso i mestieri-Le strade parte II – di Raffaella Saba

La volta scorsa ho scoperto, un po’ per caso un po’ per volontà, una parte della zona a due passi da casa seguendo i nomi strampalati delle vie. Ora il mio giro è proprio intenzionale: voglio scoprire la zona più antica della città attraverso i mestieri. Prendo una semplice cartina scaricata da Google Maps e evidenzio le zone viste e da vedere. La volta scorsa ero in quella che ho delimitato con il blu, mentre ora voglio andare all’interno del riquadro rosso. Quello che vedete delimitato in nero è, a grandi linee, il centro storico di Palermo.

Bene, prima di arrivare ai Quattro Canti trovo la via Candelai, che deve il nome ai fabbricanti di candele. Proseguo su via Maqueda. Mi hanno detto che dopo i Quattro Canti si entra in quella che tempo fa era stata la Mesquita. C’era una numerosa comunità ebraica in questa parte della città prima della loro cacciata nel 1492. Al posto dell’attuale chiesa di San Giuseppe dei Teatini c’era la Porta Giudaica, accesso del quartiere arabo prima che venisse abbattuta. Anche la sinagoga è stata distrutta: al suo posto troviamo la chiesa di San Nicola da Tolentino. Palermo è una città cosmopolita fin dal passato. A ricordarci l’importanza della multiculturalità i nomi delle vie in tre lingue: italiano, ebraico e arabo. Le insegne con i nomi delle vie nelle tre lingue si trovano tra la via Maqueda e la via Roma.

Questa zona brulicava di vita, tra persone e mestieri. Mi inoltro in Via Calderai.

In questa via prima dimoravano alcuni fabbri ferrai poi sopraggiunsero i fonditori di bronzo e rame, realizzatori soprattutto di caldaie, e la via da via Ferraria cambia nome nell’attuale. Ora ci sono i rivenditori di attrezzature per la casa e per i venditori di cibo da strada. Stesso destino per la vicina via Lattarini, strada il cui nome deriva dall’arabo Attariin, droghieri. In questa via c’era anticamente un mercato dove le drogherie erano le più numerose. Attraversando via Roma e imboccando la strada della Galleria d’Arte Moderna si arriva in via Alloro. Si racconta che nel cortile di un palazzo attiguo alla via cresceva un albero di alloro così rigoglioso da rimanere nella memoria popolare nonostante si spense di vecchiaia nel 1707. Sulla via si trova anche un giardino, noto come giardino dell’Alloro proprio in ricordo dell’esemplare, ora rinominato Giardino dei Giusti in memoria delle vittime dell’Olocausto. Procedendo si trova sulla destra la via della Vetriera, nome che proviene da un’antica fabbrica di vetri che già nel 1615 era scomparsa. Ma non la vogliamo dimenticare questa via: è quella che ha dato i natali a Paolo Borsellino, giudice vittima della mafia nella strage di Via d’Amelio del luglio 1992.

Più avanti si trova un vicolo dal nome curioso: via della Neve all’Alloro. Può sembrare strano questo nome dato a una strada di una città solare come Palermo, eppure la neve era nel XVIII secolo oggetto di un’industria di una certa importanza in Sicilia. Infatti, alla fine del Settecento, insieme ai dolci, che richiedevano molto zucchero, venivano consumati molti gelati, per i quali era necessaria la neve. Raccolta nei mesi di febbraio-marzo sulle montagne dell’interno, la neve veniva battuta con bastoni fino a essere trasformata in ghiaccio duro e rotolata in grotte, da qui era giornalmente trasportata in città a dorso d’asino, avvolta in paglia e sale. Luigi Castelli Valenzano fu il primo a usarla per i dolci gelati.

Un nome altrettanto curioso l’ho trovato in una stradina secondaria sempre di via Alloro: via del Pappagallo. La via, che si chiamava via di Gamba Corta, prese il nome da un pappagallo che di giorno veniva posto sul balcone di palazzo Rostagni di S. Ferdinando che s’affacciava in questa strada, dove, per seguire la tradizione, negli anni 1950 era sorto un ristorante con questo nome, e dove un pappagallo piuttosto linguacciuto colloquiava coi clienti che affollavano il locale che del pappagallo (oltre naturalmente che dal buon cibo) si serviva per attirare la clientela. Arti e mestieri abbondano: via Scopari, dove erano residenti i manifattori di scope; via Bottai, dove sino al 1860 si fabbricavano botti, barili e tinozze. Poi c’è via Maestri d’Acqua, vivevano taluni curatori d’acqua e costruttori di doccionari che vengono chiamati in linguaggio comune, appunto maestri d’acqua; via Zagarellai, dove si racconta che “sino a pochi anni addietro (1875) in questo vicolo abitavano alcune donne, le quali tessevano diversi nastri, detti nel vernacolo siciliano zagareddi, di cotone o di seta in piccolissimi telai, e perciò dette zagariddara”.

Insomma, non ditemi che a Palermo non si lavorava e duramente. Lo testimonia anche il nome di questa via… (via case di troia)

 

 

 

 

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