21
Apr-2013

Missione in Ecuador – di Rita Aspirany-Vassallo

Conosco Marco dai tempi in cui vivevo a New York, dove sono stata per dieci anni prima di trasferirmi in Italia. Eravamo colleghi d lavoro e diventammo subito buoni amici, tant’è che nonostante la distanza e il tempo ormai passato, siamo sempre rimasti in contatto.

Marco viene dall’Ecuador ed è rimasto molto legato al suo paese. Appartiene a un’associazione di beneficenza che si chiama Healing Hands Baltimore che opera in tutte le parti più povere del mondo, ma ovviamente lui ha un riguardo particolare per la sua madre patria.

Questo scorso marzo ho deciso di partecipare anch’io a uno dei viaggi in Ecuador, insieme a lui e un medico dell’Hopkins Hospital di Baltimore. Il viaggio sarebbe durato sette giorni, durante i quali avremo visitato la citta’ di Chunchi, diventata purtroppo famosa per l’alto numero di suicidi tra i bambini, con una punta di sessanta tragedie solo nel 2012.

La missione è composta di tre fasi:

La prima è quella di incontrare il sindaco di Chunchi, da anni impegnato a migliorare la situazione della città e delle condizioni di vita della sua popolazione, e dopo una visita alle varie strutture, valutare quali siano le necessita più incombenti, soprattutto in campo medico.

La seconda fase è la preparazione: incontrare i vari pazienti, decidere quali siano i casi più urgenti sui quali intervenire, in modo da portare i medici specializzati e valutare quali miglioramenti e attrezzature sono necessarie all’ospedale, fatto costruire anche con i contributi degli ecuadoregni emigrati all’estero che mandano parte dei loro guadagni a casa.

La terza fase è l’intervento vero e proprio: si parte con un gruppo di circa trenta medici che resteranno nel paese il tempo necessario per operare e seguire l’andamento dei pazienti nelle fasi post-operatorie.

Il primo giorno lo trascorriamo a Guayaquil. Dobbiamo aspettare che arrivi l’autista a prenderci. La via per arrivare a Chunchi non è delle migliori: strade dissestate e ponti crollati e solo una persona esperta della zona e con un mezzo di trasporto adatto può portarci sino a li. Attraversiamo le foreste e le montagne: lungo la strada piccoli villaggi abitati da contadini e allevatori che vendono i loro prodotti ai viaggiatori occasionali e agli abitanti dei grandi centri più vicini, che possono distare anche tre o quattro ore di viaggio.

Chunchi è abitato prevalentemente da persone anziane e bambini: gli altri sono emigrati all’estero per lavorare, spesso affidando i loro figli alle cure di qualche parente, qualche istituto o in balia di se stessi. Ecco perché l’altissimo numero di suicidi tra i giovanissimi. Ma le cose stanno cambiando. Le nuove strutture offrono possibilità di lavoro alla gente locale che non è più costretta a emigrare e un centro specializzato nell’assistenza dei minori, con psicologi e assistenti a disposizione, hanno fatto in modo le cose migliorassero e continuassero a migliorare.

Visitiamo una scuola locale che organizza anche attività post-scolastiche. I bambini sono affettuosi, vogliono essere fotografati e soprattutto sono curiosi di sapere quante più cose possibili. Una bambina in particolare mi si avvicina e mi chiede persino quali siano i nomi dei miei genitori. Sa che vengo dall’Italia e mi dice che anche il suo papà vive in Italia.

“Magari lo conosci”, mi dice speranzosa in una risposta affermativa. Mi si stringe il cuore a dirle di no ma la stringo in un abbraccio fortissimo, sperando di poterle dare un po’ di quell’amore di cui sembra avere tanto bisogno.

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