24
Mag-2013

Giulia, Orosei, gli anni ottanta – di Francesco Porcu (la fine)

Immaginai che si chiamasse anche lei Giulia, come la canzone che suonava instancabile, e come la macchina che me la regalava, ma anche che me la portava via ogni sera.

Inutile dire che caddi innamorato in quel modo assoluto e ottuso, al quale solo negli anni dell’adolescenza ti puoi lasciare andare.

La guardavo in continuazione, del resto avevo ben poco di altro da fare mentre si era tutti rannicchiati nelle ore più calde sotto l’ombrellone. Ricordo un sole che ti carbonizzava se solo ti fidavi, pareva che ti cuocesse la testa, la materia grigia ti ribolliva come l’acqua nella pentola quando è ora di buttare la pasta. Erano dei pomeriggi eterni, mia madre al centro dell’ombra circolare creata dall’ombrellone, sistemata sulla sua sedia come Toro Seduto perché ha la pelle chiara da continentale e non si poteva scottare, lasciava per me e le mie sorelle solo dei lembi di ombra, che noi litigiosamente ci contendevamo; mio padre se ne fregava e passava il tempo sotto il sole come una lucertola, tanto che a fine vacanze assumeva la colorazione di un aborigeno australe.

Per fortuna c’era lei, la mia splendida bionda, ma dovevo stare ben attento, se solo le mie sorelle mi avessero scoperto ero spacciato, mi avrebbero preso in giro per tutta l’estate.

Più avanti ebbi la sorpresa di scoprire che Giulia abitava proprio vicino a noi, intorno alla Piazza di Sant’Antonio, un villaggio che sembrava una colonia dei conquistadores, quasi un altro paese all’interno di Orosei: presi la cosa come un segno, il destino mi era amico, ci voleva unire.

Noi si stava nella casa di Cristolu uno dei due pizzaioli del paese, lui era quello che sudava di più, non si poteva non notarlo quando a fine serata passava tra i tavoli aspettandosi i complimenti per la sua pizza sarda, carica di aglio e pecorino, trasudando liquido come una fontana e guardandoti con quegli occhi strabuzzati che lo facevano sembrare una rana.

Quell’estate le mie vacanze trascorsero malinconicamente nell’attesa che il fato mi offrisse qualche chance inaspettata per parlare con Giulia. Steso sul mio asciugamano, tra letture pesantissime che mi infliggevo attingendo nei libri della biblioteca di casa, dai Fratelli Karamazov a Moby Dick, il mio cervello macchinava le cose più assurde. Sognavo che lei improvvisamene si accorgesse che io ero l’uomo della sua vita, che in preda alla passione si alzasse dal suo ombrellone e mi dichiarasse il suo amore, oppure che mi raggiungesse in acqua per baciarmi appassionatamente o che magari cercasse di fare amicizia con le mie sorelle con l’astuto fine di arrivare a me… Altre volte immaginavo di rintracciarla a Sassari, di raggiungerla in quella che pensavo fosse la sua città e lei, come in quegli inverosimili film in bianco e nero, mi sarebbe caduta ai piedi, capendo finalmente che nella sua vita non poteva esserci altro uomo all’infuori di me… 

In realtà le vacanze finirono senza che io avessi mai avuto il coraggio di parlarle, d’altro canto lei neanche mi notò, ero troppo brutto e timido.  

Non la rividi mai più, anche se successivamente ritornai ad Orosei, a più riprese anche parecchi anni dopo, assistendo tra l’altro al paese che violentato e deturpato diventava turistico. Alcune volte mi capitò anche di vedere di sfuggita la sua amica con la sua famiglia piccola e scura, tornavano sempre lì in vacanza, ma di lei più nessuna traccia. 

In questi giorni mi è capitato casualmente di risentire quella canzone: Giulia.

L’avevo dimenticata, non l’avevo mai più sentita. E’ stato come imbarcarsi sulla macchina del tempo, il mio pensiero è volato all’istante a lei, il suo ricordo mi si è ripresentato vivo come se non fossero trascorsi quasi trenta anni. Quale destino avrà riservato la vita alla mia bionda Giulia e dove sarà ora?

 

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