22
Mag-2013

Giulia, Orosei, gli anni ottanta – di Francesco Porcu (prima parte)

Giulia, penso si chiamasse così quella canzone, d’altronde era l’unica parola che avevo capito, per il resto il testo mi era incomprensibile, l’inglese al tempo era per me una lingua sconosciuta.

I juke-box dei due bar della Marina, al di là delle acque del canale che portava al Cedrino, ultimo ostacolo da superare per raggiungere il mare, la sparavano a tutto volume sulla spiaggia. C’era sempre qualcuno a cui gli spiccioli non mancavano; instancabilmente si alzava dal tavolino dimenticando momentaneamente la sua bottiglia di Ichnusa, che inseriva le cinquanta lire, così Giulia, dopo una lunga introduzione orchestrale come si usava nella disco degli anni ottanta, ripartiva nuovamente da capo.  

In quegli anni a Orosei non si sapeva neanche cosa fosse l’accoglienza turistica e mentre orde di vip ed arricchiti assaltavano la non lontana Costa Smeralda, in quel paese al limitare dell’ancora selvaggia Barbagia, ci si teneva cautamente lontani dalla confusione dei villeggianti. La gente viveva soprattutto di pesca e di agricoltura e moderatamente di allevamento. La pianura, bagnata dal Cedrino imbrigliato ad arte, produceva ogni bendiddio, tra l’altro enormi pesche gialle come il sole, dal succo dolcissimo. I pochi turisti che vi giungevano erano perlopiù emigrati che tornavano con le loro famiglie e fra loro qualche sparuto tedesco in cerca di avventura, sempre in caccia di itinerari alternativi. Ci capitammo anche noi quasi per caso, costeggiando la costa, percorrendo l’Orientale Sarda dopo essere scesi dalla nave, con l’obbiettivo di inerpicarci sulle falde del Gennargentu, per raggiungere Tonara il paese di mio padre.

Scoprimmo un paese che era veramente oro come suggerisce il suo nome, bellissimo e selvaggio con un mare stupendo. L’abitato era lontano dal mare: in antichità le coste erano pericolose, predoni e malaria erano nemici da tenere lontani. Orosei era separata dalla Marina, all’epoca solo uno spiazzo in prossimità del mare con due malconci chioschi, da due lunghi interminabili e assolati rettilinei, che non impedivano a intrepidi pastori di condurre a  pascolare le loro indolenti vacche sin sulla spiaggia.

La costa pareva infinita, non era ancora stata spezzata dai porti turistici, appariva come un’enorme distesa di sabbia, nelle giornate limpide sembrava di poter abbracciare con lo sguardo l’enorme Golfo di Orosei.

C’erano pochissimi bagnanti e ci si teneva educatamente a debita distanza, con silenziosa discrezione. I frequentatori della spiaggia erano molto eterogenei, c’erano donne nel costume tradizionale sardo con il foulard sulla testa, uomini con i gambali, enormi pancioni in canottiera distesi su materassi di lana portati da casa, e molto lontano, (purtroppo, per le mie curiosità giovanili) anche qualche conturbante nudista. Nel fine settimana scendevano i signori da Nùoro e orde di ragazzi invadevano la spiaggia dai paesi vicini, su tutti gli sparuti e magri ragazzini di Galtellì che giungevano fin lì trasportati sui cassoni di vecchie Ape. Instancabili inscenavano memorabili partite di calcio travolgendo tutto e tutti, rigiocando all’infinito l’Italia-Germania dei mondiali appena vinti. Si fermavano solo all’ora della merenda e in un modo o nell’altro riuscivano sempre a muovere a pietà le mamme degli ombrelloni vicini, così felici giravano con i segni della nutella ben oltre le labbra, traccia della foga con cui si erano avventati sui panini strappati con le loro astuzie.  

0

 "Mi piace" / 0 Commenti
Condividi questo articolo:
Loading Facebook Comments ...

Archivio

> <
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec
Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec