23
Mag-2013

Giulia, Orosei, gli anni ottanta – di Francesco Porcu (seconda parte)

Erano anni che si andava ad Orosei e oramai ci conoscevano quasi tutti, io poi avevo due sorelle e i ragazzetti scuri e tozzi del posto se le ricordavano bene. Mio padre si era subito fatto ben volere e con due parole in sardo era riuscito a vincere l’innata diffidenza dei locali ottenendo sempre dei buoni ed economici appartamenti dove passare le nostre vacanze. Sembrava proprio di essere in un altro mondo laggiù: negli anni ottanta, rispetto al nord da cui giungevamo, le differenze erano veramente marcate.

Quel pomeriggio la temperatura in spiaggia era, se possibile, ancora più infuocata ed ardente. Il tempo non scorreva, come al solito mi annoiavo, dovevo sempre aspettare almeno tre ore dopo aver mangiato per fare il bagno, mio padre non faceva sconti. In sottofondo immancabile c’era la colonna sonora di Giulia, e io mi guardavo in giro in cerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, fu allora che la vidi arrivare.

Coincidenza, scese proprio da una Giulia Alfa Romeo con quel colore indefinibile che sceglieva l’Alfa al tempo, sembrava un violetto sbiadito. L’auto, che poi scoprì era targata Sassari con le doppie S arancio sulla targa nera e quadra come era previsto nei primi anni ottanta, si posteggiò al di là del canale d’acqua: non c’era ancora il ponte per attraversarlo.

Lei, lo notai subito, era molto graziosa, bionda, alta e magra, con le gambe lunghe e i capelli sciolti sulle spalle, mossi come andava di moda. Una bellissima ragazza, probabilmente della mia stessa età ma molto più donna di quanto io potessi essere uomo.

Con la pancia a terra e il mento appoggiato sulle mani, non mi persi nessuno dei suoi gesti mentre in piedi fuori dall’auto con le porte aperte, armeggiava all’interno dell’abitacolo per recuperare tutto ciò che si era portata e che pensava le sarebbe potuto servire in spiaggia. Immaginai che fosse ospite della famiglia di quella che sembrava una sua buona amica, d’altronde erano tutti piccoli e scuri, i genitori e il fratellino. Lei no, Giulia era incredibilmente bionda, con la pelle ambrata, come solo quella delle ragazze di carnagione chiara può diventare sotto il sole. Da quel pomeriggio quella ragazza fu il mio più persistente e quotidiano pensiero. 

Loro, gli occupanti della Giulia, arrivavano solo al pomeriggio al mare e sempre tardi, ma io li aspettavo instancabile. Steso sul limitare della duna di sabbia che delimitava la spiaggia, leggermente più in alto del circostante, attendevo che il muso con i quattro fari cromati della Giulia sbucasse dalle siepi di oleandro che limitavano il lungo rettilineo e si posteggiasse per scaricare il suo prezioso equipaggio.

Il più delle volte il drappello familiare gravato di ombrelloni, asciugamani e sdraio, nonché altri bagagli ingombranti e poco maneggevoli, fortunatamente si sistemava vicino al nostro ombrellone. Ma ero io che diabolicamente avevo piantato il palo del nostro ombrellone, decretando il posto dove sistemarci, facendo il possibile per prevedere dove si sarebbero sistemati gli occupanti dell’Alfa targata Sassari. 

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