19
Apr-2013

Firenze e la Toscana, come curare un cuore malato

Qualche anno fa, in preda ad una crisi esistenziale (leggere: beccato il fidanzato fedifrago con le mani nel sacco!), decisi di allontanarmi per qualche tempo da New York.

Che fare e dove andare? Era novembre e per quanto ami la Sardegna, tornare a casa dai miei genitori era fuori questione. Prima di tutto perché in Sardegna fa freddo e sarebbe stato ancora più deprimente, in secondo luogo tornare a casa avrebbe significato dovere sottostare alle leggi di mio padre, per il quale eravamo sempre e comunque bambine.

“Is picciocchedasa funti torradasa?” (le ragazze sono rientrate?)

Frase tipica del vocabolario di mio padre quando trascorrevamo qualche giorno da loro e magari si usciva la sera con gli amici. Non si addormentava sinché non ci sapeva di nuovo in casa, nonostante “is picciocchedasa” ossia le ragazze, così ragazze non lo erano più di tanto, poiché sia io che mia sorella abbiamo superato già da qualche anno (….) la fase adolescenziale.

Decisi cosi di andare a Firenze, poiché Paola, mia sorella viveva li. Comprai il biglietto aereo e presi il primo volo che riuscii a trovare: New York- Bruxelles e Bruxelles-Firenze. L’aeroporto di Peretola è molto piccolo, tant’è che all’atterraggio il pilota dovette pigiare il piede sul freno e inchiodare l’aeroplano al suolo, per evitare di finire sulle montagne da un lato della pista o sull’autostrada dall’altro lato.

“Cominciamo bene” pensai, con l’umore già sotto i piedi.

Mi sarei fermata in Toscana per tre mesi, il tempo indispensabile per guarire le ferite del cuore. Paola aveva già organizzato delle serate fuori con degli amici in modo da distogliere la mia mente dai brutti pensieri.

“Quanto starai qui a Firenze?” mi chiesero una sera a cena.

“Un paio di mesi”

“Sarà facile trovare un altro lavoro quando rientri a New York?”

“Ma si, farò qualche intervista e qualcosa la trovo di sicuro”.

Seduta di fronte a me, mia sorella scoppiò in una risata fragorosa.

“E chi te la fa l’intervista? L’Unione Sarda?”

Uff!!! Dopo tanti a parlare inglese, e’ normale che alcune parole vengano tradotte direttamente da una lingua all’altra, senza pensare che in ambedue i casi, possano avere significati completamente diversi.

“Colloquio! Si dice colloquio!!!”

Non parliamo poi della scena in aeroporto. “Hanno sbagliato il biglietto di rientro. Bisogna andare in ticketeria per fare subito il cambio” A me “ticketeria” suona abbastanza bene, mi sembra una parola più che legittima. A quanto pare non lo è, ma visto che il termine ticket si usa anche in Italia, il luogo dove emettono i ticket, come si chiama?? E dall’inglese IT MAKES SENSE, ossia “ha un senso” la traduzione in italiano viene pressappoco cosi: FA SENSO!

Girai Firenze in lungo e in largo. Mia sorella era in ufficio durante il giorno ed io spesso andavo in giro in centro a guardare le vetrine e ammazzare il tempo: cioccolata calda in Piazza della Repubblica, un giro sul Ponte Vecchio ad ammirare le gioiellerie oppure una sosta a Piazzale Michelangelo per godere del panorama sulla città. Le decorazioni e le musiche natalizie erano onnipresenti pur essendo soltanto l’inizio di novembre.  Arrivato il Natale, tirammo tutti un sospiro di sollievo perché sinceramente la sopportazione era arrivata al limite. Paola allora lavorava per la Budweiser e per questo motivo andavamo spesso di città in città. Firenze con i suoi monumenti e i suoi musei, Siena e la sensazione che provai di essere tornata nel Medioevo mentre camminavo lungo le stradine dentro le mura della città vecchia e Cortona, un piccolo centro in provincia di Arezzo, arroccata sul cucuzzolo di una collina che sembra davvero un paese delle favole (e poi c’è nato Jovanotti!!): questi fra tutti, sono i posti che ho amato di più e che in tre mesi mi fecero sentire a casa.

Tornai a New York all’inizio di febbraio, il cuore meno affranto per via dell’amore perduto ma privo di un pezzo che lasciai dietro di me, in quel di Toscana.

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